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Su e giù

Immagine del redattore: El Pincha Uvas
El Pincha Uvas
21 set
Tempo di lettura: 3 min

Su e giù.

Più di un anno fa mi è venuta l’idea di fare un Everesting: scegliere una salita e percorrerla avanti e indietro, senza sosta, tutte le volte necessarie per raggiungere gli 8.848 metri dell’Everest.


Su e giù.

Non ho dubbi: lo farò a Cigognola, vicino a Broni, la salita dove ho preparato tante delle mie avventure.


Su e giù.

“Eros, vuoi farlo con me?”. È un sì. Si aggiunge un fortissimo amico di avventure.

Poi si aggiungerà anche Christian.


Su e giù.

Mi preparo con un coach e inizio un percorso con un nutrizionista. La sfida è tosta. Molto tosta. Molto più di quanto avessi immaginato.

Si definiscono la data, il tipo di evento e una raccolta benefica per Amici in Aiuto.

Gli allenamenti sono durissimi. Fisicamente e mentalmente.


Su e giù. Su e giù. Su e giù.

Io non sono uno scalatore. Per nulla. Sono uno che fa discretamente alcune cose, ma in nessuna sono un fuoriclasse. Tantomeno nelle salite.


Insomma, veniamo a noi.

Ad un certo punto il dislivello aumenta a dismisura. Si iniziano a fare oltre 4.000 metri di dislivello in una sola uscita, e ogni weekend aggiungiamo 500mt in più.

E ogni prova, per me, va male.

Una volta si rompe il cambio e continuo con un rapporto durissimo finché le gambe reggono. Un’altra volta si rompe il supporto del Garmin e finisce in un piccolo burrone. Un’altra ancora, dopo un panino, arrivano vomito e problemi intestinali.

Insomma, c’è sempre qualche intoppo.


E poi arriva il problema più grande: la testa.

“Teudis, che stai facendo? Non vedi che non ce la fai?”

Per gran parte delle cose che ho fatto nella vita, la mia arma vincente è stata proprio la testa. Eppure, durante la preparazione all’Everesting, quella stessa testa mi ha mollato.

Ci ho lottato. Ho usato tutte le tecniche che conosco e che spesso racconto agli altri.

In allenamento arrivo a fare 6.000 metri di dislivello in una sola uscita, ma li finisco senza buone sensazioni. E non è un dettaglio: me ne mancherebbero ancora 2.880, circa sette ore in più sulla bici. Un’eternità.


Arrivo così al giorno dell’evento con sensazioni pessime. Non sono affatto certo di poter finire. E questo alla testa non va mai detto: sono pensieri che, invece di spingerti avanti, ti affondano.


Quel giorno è tutto pronto. Ci sono il sindaco, la raccolta fondi è andata benissimo, la festa è organizzata, ci sono i cartelli sulla strada per la sicurezza e gli amici ciclisti sono pronti a venire a farci compagnia.


Siamo al 22 maggio. Si parte, ma io non finisco. Mi ritiro prima.

A 4.000 metri arrivano vomito e dissenteria, ma la testa era già scoppiata prima. Lo so. Solo io sono dentro alla mia testa. Non è da me.

Poi durante la giornata aggiungo altri 1.000 metri per accompagnare Eros verso la fine.


Quando l’evento finisce e si festeggia Eros per aver concluso, io sposto la mia bici.

La catena mi tocca la gamba. Mi sporco come un dilettante, come un bambino, lasciando un segno perfetto sulla gamba sinistra.

Mi guardo.

“Figli miei, fatemi una foto alla gamba. Questo diventerà un mio nuovo tatuaggio.”


Ormai ho tanti segni sul corpo. Alcuni sono cicatrici vere, altri invisibili. Alcuni sono tatuaggi estetici, altri raccontano qualcosa o mi uniscono a qualcuno.

Quella catena diventa il segno indelebile di un fallimento che, paradossalmente, è diventato uno dei miei più grandi successi.

L’Everesting mi ha insegnato tantissimo, mi ha regalato molto più di tante avventure concluse.

Ora ne porto il segno, i ricordi e gli apprendimenti.

Quando lo finirò, aggiungerò anche la data.


Nulla accade per caso.

Nemmeno la vita, che va continuamente su e giù.

Si impara sempre.

Proprio come all’Everesting.


Il segno originale fatto con la catena il giorno dell'everesting
Il segno originale fatto con la catena il giorno dell'everesting


 
 
 

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EL PINCHA UVAS

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