Nostalgia canaglia

Sono stato a casa, in Catalunya.
Ho trascorso otto giorni nei luoghi in cui sono cresciuto.
Non ci tornavo da un anno e mezzo.
Ho fatto tante cose. Ho visto tante persone e ho reso ancora più speciale il mio luogo preferito al mondo.
Ma la nostalgia per alcuni pezzi della nostra storia ci riporta sempre a ciò che ci è stato caro.
È come quando mangiamo un cibo particolare che ci riporta in un mondo che non c'è più. Anni fa mi è capitato mangiando una butifarra. È stato un viaggio surreale, eppure sembrava tutto vero.
È come quando senti il profumo della crema che tua mamma usava per idratare le mani che ti accompagnavano a scuola, le stesse mani che stringevi forte quando avevi paura.
La nostalgia, per me, è una cara amica.
«Teudis, cosa ne pensi se lunedì andiamo a visitare Navàs e Calaf?»
«Sarebbe bellissimo! Non ci vado da non so quanto tempo, forse da quasi sempre».
Mia sorella decide di farmi un regalo: una giornata da trascorrere insieme, rivivendo i ricordi e i luoghi di quando eravamo piccoli.
Viaggiamo per un paio d'ore per raggiungere Navàs, il paese in cui sono nato.
La strada ci porta vicino al luogo in cui è sepolta mia mamma.
I primi ricordi ci fanno fermare a metà percorso, al bar di Coll de Ravell. Beviamo un caffè. È lì che lei aveva lavorato come responsabile di sala. Appena entro, mi torna in mente tutto: lei che correva con il ristorante pieno di gente o che riempiva le bottiglie d'olio e d'aceto per il servizio del giorno dopo. Era una cameriera meravigliosa.
A Navàs visitiamo la strada in cui abitavamo, la via Santa Eulàlia, che tra il 1978 e il 1982 non era nemmeno asfaltata e le case non avevano i numeri. Dopo casa nostra c'erano i campi di mais. Ora ci sono altre case e asfalto ovunque.
Suoniamo alla porta della casa in cui abitavamo. Non risponde nessuno.
Poi suoniamo alla porta dei vicini. Mia sorella riconosce un cognome. Ci apre una signora anziana: ha l'età che avrebbe oggi mia mamma.
«Ma tu sei Anna?»
«No, sono Esther, la figlia di Anna».
«Caspita, quanti anni sono passati! Allora tu sei... insomma, tu sei quel birbante che ci faceva ammattire. Eri sempre in bicicletta, anche se eri piccolo, e scendevi dal marciapiede velocissimo per costringerci ad alzarci dalle nostre sedie».
Sorride. È felice di vederci.
Riconosco il percorso che facevamo per andare a scuola, la piazza con gli alberi e tanti altri dettagli. È un tuffo nel passato.
Andiamo al Jensy, un bar molto famoso quando abitavamo lì. È chiuso da anni.
Infine, andiamo al mio asilo nido, che si trovava a l'Ametlla de Merola, una famosa colonia industriale di cui non conservavo alcun ricordo.
Poi andiamo a Calaf, a circa 60km, dove abbiamo vissuto dal 1982 al 1986. Prima, però, ci fermiamo a mangiare al Lleó, un ristorante dove andavamo con i nonni e che oggi sembra rimpiangere il suo passato glorioso.
«Esther, è pazzesco! Guarda il muro della piazza dove giocavamo a calcio. Lo vedi? C'è ancora la porta disegnata. Com'è possibile, dopo quarant'anni da quando siamo andati via?»
Non ci crederai, ma quel segno c'è davvero in un muro di mattoni di piazza Alta Segarra. Pazzesco!
Entriamo nella vecchia scuola e mia sorella scopre che giocava a basket con la sorella del bidello. Visitiamo i luoghi in cui facevamo teatro e disegno, il bar della piazza e la piscina dove io ho imparato a nuotare e lei faceva da aiuto istruttrice. La ricordavamo immensa, non lo è affatto.
Poi andiamo a trovare a sorpresa Manolo e Teresa, amici dei nostri genitori con cui mi scrivo ancora ogni tanto. Sono commossi. Lei piange. È bello rivederli.
«Esther, più o meno qui facevo judo. Ero diventato cintura bianco-arancione».
«No, Teudis, era qualche via più in là».
Abbiamo parlato dei nostri genitori, che ci mancano tanto.
Oggi sarebbero due anziani che vorrei tanto poter abbracciare.
«Mamma, vieni a vedere i tuoi nipoti?». «Papà, mi dai un consiglio?»
Vorrei che fossero qui.
Che meraviglia, questi due giorni!
Abbiamo parlato per ore.
Ci siamo dedicati del tempo, solo per noi. Senza se e senza ma.
Non serve avere tanto.
Serve il desiderio di cogliere ciò che è importante.
Ciò che conta davvero non si compra con una carta di credito.
Dedicar(si) del tempo è una di quelle cose, vero?





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