L'ultima volta

«Hey Teudis, la prossima volta che torno in Italia voglio venire con te ad Amici in Aiuto. Ciò che fate è troppo bello. Voglio esserci».
Lui è M.L. Ci siamo conosciuti più di 25 anni fa. È uno dei miei più cari amici.
Eravamo giovani. Frequentavamo entrambi Comunione e Liberazione. Lui era già un Memores Domini. Io ero semplicemente un giovane molto conosciuto in quell’ambiente, a cui piaceva fare tante cose.
In quegli anni M.L. viveva in Italia. Si era trasferito da Madrid. È un fisioterapista stupendo. È specializzato in un ambito particolare, quello della riabilitazione neurologica, ed è riuscito a far camminare persone che erano in sedia a rotelle da una vita intera.
Alcuni direbbero che fa miracoli. Lo penso anche io.
Sono passati tanti anni.
Lui è ancora un Memores Domini ed è tornato a vivere a Madrid.
Io non frequento quel mondo da quasi dieci anni e vivo ancora qui.
Ho perso per strada tante persone di quella mia vita. Alcune anche volutamente.
Ma non M.L. E nemmeno altri.
Lui è una persona a cui voglio un bene profondo. È come mio fratello.
La nostra è un’amicizia salda, che dura da anni.
Ogni volta che torna a Milano, si riserva una sera per venire a Vidigulfo da me.
«Teudis, ciò che fate è meraviglioso. Quello che ho visto stasera mi ha colpito tantissimo. Voi girate per strada e aiutate tutti. Non vi interessa la loro origine né il loro stato. Li cercate nelle vie per poter sostenere tutti il più possibile. Non vi interessa da quale Paese provengano le persone che vivono per strada, se sono sobrie, ubriache o sotto l’effetto di qualche sostanza. Voi le aiutate e basta, senza chiedere nulla in cambio. Voi aiutate e basta. È meraviglioso».
Ieri sera ha fatto il servizio con noi.
Ne abbiamo parlato tornando a casa, anche con i figli, che lo conoscono benissimo.
Lui fa loro domande, si interessa, chiede. E loro sono felici di raccontare, perché si sentono voluti bene.
Chiedo loro: «Raga, avvisate Teudissino che stiamo arrivando?»
Lui era a casa, infortunato.
«Già fatto, pà. Così, quando arriviamo, l’acqua bolle».
Ci sediamo a cena. Chiacchieriamo di tutto e di più. Il vino era buono. La grappa pure.
E' tardi: «Dai, è ora di andare a letto. M.L. dorme come sempre in camera mia. Gli lasciamo il bagno grande. Potete portare gli spazzolini nel bagnetto?»
«Già fatto, pà».
Jordi mi guarda orgoglioso. Io lo guardo, orgoglioso della sua attenzione. Ci battiamo un cinque goliardico, uno di quei gesti tra padre e figlio che raccontano più di tante parole.
M.L. mi dice che suo papà sta meglio. Aveva rischiato di morire, ma si è ripreso.
«Le mie sorelle sono fantastiche. Ci siamo organizzati per non lasciarlo da solo con mia mamma, soprattutto di notte».
Poi mi dice:
«Teudis, sai cosa mi ha detto mio papà?"
“Sono vecchio. Non so quante occasioni avrò ancora. Io voglio vivere ogni cosa come se fosse l’ultima volta”.
Questa frase mi ha colpito, toccato, commosso, illuminato, svegliato.
Quanto sarebbe meraviglioso se facessimo tutto con la profondità con cui vive il papà di M.L.?
Abbracciare il marito o la moglie, ogni volta, come se fosse l’ultima volta.
Dire a un figlio o a una figlia che sei orgoglioso di lui o di lei, come se domani non potessi dirglielo più.
Gustare un bicchiere di vino, come se fosse l’ultimo.
Dire «ti amo» come se non avessimo un’altra occasione per farlo.
Grazie, papà di M.L.
Io vorrei poter vivere con il tuo stesso spirito.
E vorrei poter dire a tutti di vivere come te.
Non aspettiamo di essere anziani per vivere tutto con una profondità così.
Iniziamo ora.
Io inizio da qui, anche se non sarà l'ultima volta:
«Anna, Teudis e Jordi, io vi amo, figli miei. Siete una compagnia meravigliosa».




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