Ironman-Storie di Gente
- El Pincha Uvas

- 30 set
- Tempo di lettura: 3 min
Le gare si possono osservare da tanti punti di vista.
Quello dell’atleta.O quello di ciò che accade intorno a lui.
È così anche nella vita: dipende da dove guardi. Cambia tutto. Cambia il mondo che vedi.
Eros, Fez e Giò mi hanno visto per la prima volta nella transizione tra acqua e bici.Erano venuti apposta da Milano, svegliandosi alle cinque del mattino.
"Che ci fate qui??"
"Non potevamo mancareeeeee! Vaaaaaaaaaaaaaaai!".
Chissà da quanto organizzavano la sorpresa.
Al secondo ristoro in bici mi sono rovesciato addosso litri di acqua.
Faceva un caldo folle.
Tra i volontari c’erano tantissimi ragazzini delle medie, sudati e stanchi quanto noi.
Ho preso una bottiglia e, ridendo, ho spruzzato un po’ d’acqua su di loro per rinfrescarli.
Loro hanno fatto lo stesso con me.
Quando sono ripartito, hanno urlato tutti insieme per incoraggiarmi.
Nella corsa ero distrutto. Ho camminato tanto.
In uno dei ristori c’era una ragazza che leggeva i pettorali e chiamava ogni atleta per nome.
"Dai Teudis, sei un grande. Non mollare!".
Ci sono passato quattro volte.
Ogni volta salutava tutti.
Avrà detto il nome di migliaia di persone.
Lei non lo sa, ma quel piccolo gesto ci ha dato una forza incredibile.
Accanto a un albero c’era un uomo straniero, sui cinquant’anni, fisicatissimo. Da solo, lì per ore.
Ripeteva frasi come: "Good job man", "You’re almost there", "You’ll become an Ironman today".
Chissà cosa lo spingeva a incoraggiare chiunque, senza sosta.
Forse l’amore per il prossimo.
La prima volta che l’ho notato c’era il sole.
Al mio ultimo giro era buio pesto.
E lui era ancora lì.
Ai ristori bevevo acqua o cola.
Prima di ripartire prendevo un bicchiere d’acqua, alzavo il braccio e sorridendo urlavo: "Ciiiiiiin!".
I volontari ridevano, brindavamo con l’acqua, rimanevano sorpresi.
Li ringraziavo ogni volta.
Sono stati uno spettacolo.
"Figli miei, vi siete annoiati oggi?"
"Pà, è stata una figata! Non abbiamo avuto tempo di nulla, eravamo sempre a tifare. Sai che Jordi urlava in tutte le lingue per incoraggiare chiunque?".
Il venerdì ho fatto il check-in.
Mi sono messo in una fila "a caso".
Accanto c’era un’altra, gestita da un volontario alto, coi ricci.
Appena registrava gli atleti, dava la mano con vigore e li abbracciava con un sorriso enorme. Con tutti, nessuno escluso!
Che forza. Non stava solo svolgendo un compito: era un’accoglienza umana, autentica.
Il suo abbraccio diceva senza parole: "Io ti capisco, so cosa hai passato per essere qui, so cosa provi, so che stai per concludere un percorso incredibile. Goditela!".
Intorno al 30º chilometro ho incrociato un ragazzo italiano, giovane, a pezzi.
Lo seguivano in bici due amici e il padre. Era allo stremo.
"Stai pensando di mollare?".
"Forse."
"Tu col cavolo che molli! Non ti azzardare. Pensa a cosa abbiamo fatto per arrivare fin qui. Pensa a quanto manca poco. Corri piano, cammina se serve, non è un disonore. L’importante è finire. Se molli, ti prendo a calci nel sedere (sorridendo)."
Ha ripreso a correre. Non si è più fermato.
Il padre si è voltato, mi ha guardato con dolcezza e mi ha detto:
"Grazie, davvero".
I miei ragazzi si sono emozionati.
Per me, per Maurizio, e anche per atleti che nemmeno conoscevano.
Giò, Fez ed Eros hanno tifato per chiunque avesse un pettorale.
La vita è bella quando ci si dona agli altri.
Non servono grandi gesti.
Spesso, la differenza la fanno i dettagli.
Bello tutto.





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