Siamo ciechi
- El Pincha Uvas

- 1 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Si va a teatro.
Vorrei andare spesso perché mi piace.
È un regalo. È una serata speciale.
Sono un po’ in ansia.
Non so come reagirà la mia claustrofobia.
È da tanto che non viene a salutarmi, che non mi cerca, che non mi disturba.
Ma, ahimè, l’agguato è sempre dietro l’angolo.
Il primo che ricordo è accaduto in un campo estivo quando avevo 9 o 10 anni.
Eravamo in una grotta. Ci si trovava in coda su un sentiero stretto dentro la montagna. Eravamo in fila, stretti. Avevo ragazzi davanti e dietro, tutti fermi. Ricordo che sono dovuto tornare indietro spaventatissimo, chiedendo a tutti di farmi uscire.
Gli altri non capivano. Non capivo nemmeno io.
Negli anni mi è successo tante altre volte: nel Bruco Mela di una giostra, in aereo, in treno, seduto in auto, in metropolitana e in altri luoghi.
Ho imparato a cogliere i segnali. Quando arrivano, preparo i miei pensieri, la mia testa e il mio respiro. Tento di mettere in campo alcuni trucchetti per evitare di stare male. Negli anni ho acquisito una mia tecnica che sembra funzionare.
A teatro sarebbe stato diverso. Avrei vissuto qualcosa di nuovo. Non sapevo come avrei reagito. Sarei stato dentro a un buio completo, assoluto, mai vissuto prima.
La serata faceva parte di uno dei percorsi al buio dell’Istituto dei Ciechi di Milano.
“Scusi, sono claustrofobico. Mi può dare qualche indicazione per aiutarmi?”
“Non ti preoccupare. Nicolò ti aiuterà ad entrare. Andrà bene.”
Nicolò è una delle guide non vedenti che aiutano gli ospiti ad accomodarsi.
Gli spettatori non vedono nulla, non sanno orientarsi, capire o posizionarsi.
Per lui è la normalità.
Lui vede più di quanto noi vediamo.
È stato un angelo. La sua guida mi ha tolto ogni pensiero e ho vissuto tutto con estrema serenità. È stata un’esperienza bellissima.
Ho pensato.
Ho pensato che noi vedenti crediamo di vedere davvero bene.
Nicolò invece non vedeva con gli occhi, ma con il cuore sì.
Dovremmo imparare a vedere il mondo con occhi diversi.
Non dico che dobbiamo diventare non vedenti.
Ma quanto sarebbe bello poter acquisire la sensibilità di Nicolò?
Sentire (non vedere) le profondità, i materiali, i caratteri, i volti, le emozioni.
Noi basiamo tanto su ciò che entra dai nostri occhi.
Forse servirebbe chiuderli ogni tanto.
La serata è stata molto bella.
Si vive tutto come se fossi dentro la storia, senza vedere assolutamente nulla.
Si immaginano le scene, i personaggi, i luoghi.
Ma non si vede nulla. Nulla.
Spesso si deride chi è diverso, perché siamo un po’ idioti.
Siamo solo dei grandi ignoranti.
Dovremmo imparare che in quella diversità c’è un mondo da scoprire.
Io vedo, ma spesso credo di essere cieco.
“Nicolò, mi dici cosa vedi che io non vedo?”
Glielo vorrei chiedere, per imparare, per crescere, per vedere meglio ciò che vivo.
Glielo vorrei chiedere per vivere meglio.




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