Come la nonna
- El Pincha Uvas

- 18 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
Negli ultimi anni ho girato tanto.
Slovenia, Francia, Irlanda, Spagna, Germania, Bosnia, Serbia, Croazia e altri. E anche Italia, ovviamente.
Guardo, vedo, parlo. Tento di capire i pro e i contro di ogni posto.
A luglio ho incontrato un amico che non vedevo da 14 anni. Vive in America e ha preso anche la cittadinanza. Diceva che lì c'è la terra delle opportunità. Aprire un'azienda richiede pochi dollari e ancor meno burocrazia. Nessuno ti indica con il dito se fallisci. Una caduta è concepita come parte del percorso. In Italia è diverso.
Ho aperto la partita IVA. Faccio due o tre lavori. Forse di più. Ho perso il conto. E comunque i conti non tornano mai. Provo a stare a galla e mi dico sempre che prima o poi riuscirò a far uscire il corpo dall'acqua. Per ora galleggio indossando (ancora) i braccioli.
Chi ha voglia di fare si ritrova davanti tasse pesanti, IVA da anticipare e imposte calcolate su fatturazioni ipotetiche. Insomma, l'uccisione della creatività, delle idee e di chi ha voglia di fare.
E se fallisci? Preparati agli sguardi che dicono: “Lo sapevo che non ce la facevi”. “Io sapevo che finiva così”. “Io avrei fatto in altro modo”.
Spesso no, non ti senti abbracciato dallo Stato o dal popolo.
Anche in strada.
Qui i ciclisti vengono criticati, insultati, denigrati. In alcuni casi si tenta pure di farli cadere. Non è un racconto fittizio. A me e ai miei amici è capitato. Accade molto spesso anche in certe zone spagnole.
Non si può attendere 30 secondi dietro a qualcuno che pedala. Sembra che finisca il mondo.
E allora mi chiedo: perché in altri Paesi non suonano, non insultano e apprezzano chi è in strada con un mezzo diverso dall'auto?
In Francia ci sono ciclabili ovunque. In Irlanda non ci hanno mai suonato una volta. In Slovenia è uno spettacolo. In altri Paesi vengono persino dati incentivi a chi usa la bicicletta per andare al lavoro.
Perché in Italia no?
Vuoi girare in camper?
Questa estate, in Francia, abbiamo fatto circa 3.000 km. I camper erano accolti ovunque, anche nei borghi più piccoli. Parcheggi, aree di carico e scarico, lavanderie 24 ore e molto altro.
E ci guadagnano: supermercati, ristoranti, carburante, turismo.
In Italia, invece, noi camperisti siamo spesso guardati come “buoni a nulla” e cacciati dappertutto.
L'Italia è un Paese fantastico.
Che bello sarebbe renderlo ancora più genuino e pieno di gente con le braccia aperte.
Che bello sarebbe se accadesse non solo in zone di montagna o di campagna, ma in ogni dove.
In realtà, ciò che penso è molto più generale.
Che bello sarebbe essere capaci di spronare chi è creativo e chi porta idee diverse.
Che bello sarebbe accogliere il diverso con naturalezza.
Il punto, credo, sia proprio qui.
Che bello sarebbe avere sempre le braccia aperte.
Io non ne sono sempre capace.
Quando moriremo non credo avremo voglia di pensare: “Sono felice di aver insultato parecchio, di essermi stressato per anni, di aver escluso un uomo che aveva lo smalto sulle unghie, una donna con il velo o un senzatetto sporco e disorientato”.
Vorremo farlo felici, dicendo: “Sono contento del percorso fatto”.
Chissà, forse io vivo di pensieri utopici.
Ma io voglio arrivare al mio ultimo respiro, esausto, con le braccia ancora colme di spazio e con un grande sorriso in volto.
Accogliamo, come farebbe la nonna con i suoi nipotini.





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